Intervista alla prof. Angela Orlandi sulla Banca Medici (“Il piacere della lettura”, 5/11/2016)

Su “Il piacere della lettura” supplemento de La Nazione del 5/11/2016, Piero Ceccatelli intervista la prof. Angela Orlandi sulla Banca Medici.

I Medici, protagonisti della fiction tv che appassiona gli italiani, furono nel Quattrocento banchieri fra i più importanti d’Europa. Finanziavano papi, sovrani e signori. Che però non sempre onoravano i debiti.

Un tempo Wall Street eravamo noi. Nel Quattrocento i Medici che oggi tanto appassionano il pubblico televisivo prestavano denaro al Papa, “re di Roma” e agli Sforza, signori di Milano. Nel Cinquecento il sovrano di Francia ricorreva ai prestiti dei fiorentini e l’imperatore spagnolo a quelli dei genovesi.
Grazie ai suoi mercanti abili nel comprare e vendere di tutto denaro compreso l’Italia era la cassaforte d’Europa. Oggi i ruoli sono invertiti, con il nostro debito pubblico esorbitante e l’Europa che stringe la borsa. Come riuscirono Firenze e le altre città italiane del tempo, a raggiungere un così ampio potere in campo finanziario? E come si comportavano, gli italiani, quando i re europei non restituivano i prestiti?
Ne parliamo con Angela Orlandi, docente di Storia economica della moneta e della banca nel Dipartimento di scienze per l’economia e l’impresa dell’Università di Firenze, autrice di pubblicazioni fra cui “Le Grand Parti. Fiorentini a Lione e il debito pubblico francese nel XVI secolo”, pubblicato nel 2002 dalla Fondazione Carlo Marchi, Firenze, Leo S. Olschki.

Prima di affermarsi come mecenati i Medici furono mercanti e banchieri.
«Certo. Alla fine del Trecento Giovanni di Bicci aprì una banca che fu base di partenza della fortunata attività della famiglia. A quel banco, con le generazioni successive, si aggiunsero botteghe di Arte della Lana e della Seta dove si producevano raffinati tessuti».

Com’era il banco Medici?
«Nella forma più matura, con Cosimo, figlio di Giovanni, il banco era una sorta di holding company, una banca nel senso moderno, che prestava e fungeva da tesoreria per i sovrani e faceva credito alle imprese. La banca moderna nacque proprio nella Toscana mercantile del Trecento. L’organizzazione non era più accentrata e monolitica come quella dei Bardi e dei Peruzzi, ma fatta da tante società attive in Europa e controllate dalla sede centrale».

Chi erano i clienti?
«Oltre alle compagnie mercantili e manifatturiere che accedevano a fidi e servizi bancari, i Medici finanziarono le teste coronate con le agenzie che aprirono da Napoli a Venezia, da Milano a Lione, da Bruges a Londra. Penso agli Sforza, a Carlo il Temerario, ai sovrani inglesi. A Roma, l’agenzia era attiva solo se c’era il Papa, o ne seguiva la corte. L’attività finanziaria seguiva quella commerciale e Cosimo implementò gli affari alla metà del secolo. I problemi sorsero con la sua morte».

Perché?
«Cosimo designò il secondogenito Giovanni, allevato per seguire la banca. Ma Giovanni morì e l’onere passò al fratello maggiore Piero il Gottoso, impreparato di fronte agli alti e bassi della finanza. Impressionato dalle esposizioni di alcune agenzie chiese subito ai direttori di ridurre il credito e far rientrare i debitori».

Una gestione quasi “impaurita” della banca.
«Una gestione che fece venir meno i grandi vantaggi determinati dal finanziamento a papi e sovrani. Vantaggi che, al di là della politica, si concretizzavano in consistenti sgravi fiscali per il commercio, l’ottenimento di appalti di gestione come le miniere di allume della Tolfa».

Con la morte di Piero iniziò il dissolvimento della banca.
«Lorenzo il Magnifico, che ereditò patrimonio, imprese e banca dichiarava che di certe cose “non se ne intendeva”. Poeta, artista, intellettuale, abile politico provò a tamponare ma non recuperò il ruolo che era stato del nonno Cosimo, del bisnonno Giovanni».

Con Lorenzo i Medici persero la banca, ma l’umanità guadagnò un intellettuale fra i più fertili della storia.
«Di fatto la banca cessò coi suoi figli. Ma a provocare la decadenza non fu solo il passaggio nelle mani di un poeta. Tra il 1464 e il 1490 ci fu una congiuntura sfavorevole, riserve di cassa non elevate e soprattutto da tempo i direttori generali e di filiali importanti, che Giovanni e Cosimo avevano scelto per competenza e abilità, erano stati assunti in base a principi di consorteria. Fu una fine annunciata».

In che senso?
«I Medici anticiparono quella che nel Novecento con Thomas Mann si sarebbe chiamata ‘sindrome dei Buddenbrook’: la prima generazione crea azienda e ricchezze, la seconda implementa, la terza consuma, la quarta cessa l’attività».

La crisi dei Medici fu anche la fine delle banche fiorentine?
«Tutt’altro. I Medici, seppure i più potenti, non erano i soli mercanti-banchieri fiorentini. Nel Cinquecento Capponi, Gondi, Martelli, Guadagni, Salviati, Mannelli, Botti furono protagonisti di straordinarie performance a Siviglia, Cadice, Valladolid, Lisbona, Lione. Quest’ultima era la più importante piazza finanziaria d’Europa e i re di Francia Francesco I ed Enrico II attinsero a piene mani al credito dei toscani. Mentre, i loro nemici spagnoli, Carlo V e Filippo II, ricorrevano ai genovesi e non solo».

Quanto costava il denaro?
«Sui prestiti allo Stato pontificio gravavano interessi fino al 12%. Il re di Francia s’impegnava fino al 16%, mentre la corona spagnola offriva tassi tra il 17 e il 41%. Sui titoli di credito tedeschi e svizzeri si oscillava fra il 4 e il 10%».

Francia e Spagna erano grandi paesi: perché dovevano far ricorso a banche straniere?
«Per i nascenti stati assoluti, il Cinquecento fu un secolo oneroso. Per i costi della burocrazia che stavarafforzandosi e per ragioni politiche e militari: guerre di religione, conflitti di conquista dei territori italiani, avventure oltre Oceano. E intanto non si poteva inasprire il già elevatissimo prelievo fiscale».

I re riuscivano a pagare?
«Enrico II di Valois nel 1555 non potendo far fronte agli impegni, decise il consolidamento del suo debito fluttuante con un piano di rientro decennale a rate costanti del 4% a trimestre. Pagò solo le prime quattro rate: i banchieri fiorentini, tedeschi e svizzeri persero grandi capitali».

Come se la cavarono i banchieri?
»Salvo alcuni fallimenti, la maggior parte di loro compensò le perdite con gli introiti commerciali e delle speculazioni sui cambi. Erano mercanti ai quali il prestito ai sovrani procurava vantaggi fiscali e intensi legami con i gruppi dirigenti che consentivano di ottenere informazioni di ogni tipo. Un vantaggio inestimabile».

È possibile un raffronto fra allora e la situazione attuale?
«Il banco Medici decadde per la scarsa preparazione di chi lo governava mentre l’istituto diventava sempre più uno strumento politico. A pensarci bene la composizione dei gruppi dirigenti di molte banche di oggi non avviene in modo dissimile. Sono passati secoli, ma certe scelte di management sono rimaste sventuratamente le stesse».

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